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Sanzione a Shein per greenwashing e green claims nella moda

Sanzione a Shein per greenwashing: cosa insegna

By Fabrizio Fava | Green Claims, Made in Italy e Tutela del Consumatore, Normativa Moda & Compliance | Comments are Closed | 7 Agosto, 2025 | 1

Aggiornato al 31 maggio 2026. La sanzione a Shein per greenwashing è un caso molto utile per capire come stanno cambiando le regole della comunicazione ambientale nella moda.

Non si tratta soltanto di una vicenda legata al fast fashion. Il punto è più ampio: quando un brand usa parole come “sostenibile”, “green”, “circolare”, “responsabile”, “riciclabile” o “a basso impatto”, deve poter dimostrare in modo chiaro che cosa sta dicendo, a quale prodotto si riferisce e con quali prove.

Nel settore moda questo passaggio è delicato perché il prodotto è complesso. Un capo, una scarpa, una borsa o un accessorio possono contenere materiali misti, trattamenti, tinture, accessori, packaging, filiere lunghe e processi diversi. Per questo un claim ambientale troppo generico può facilmente dare al consumatore un’impressione più forte della realtà documentabile.

Che cosa ha deciso AGCM nel caso Shein

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato Infinite Styles Services Co. Ltd, società che gestisce in Europa i siti di compravendita dei prodotti Shein, per l’uso di messaggi e asserzioni ambientali ingannevoli e/o omissivi nella promozione e vendita di prodotti di abbigliamento a marchio Shein.

La sanzione è pari a 1 milione di euro. Secondo AGCM, Shein ha utilizzato una strategia di comunicazione ingannevole sulle caratteristiche e sull’impatto ambientale dei propri prodotti di abbigliamento.

L’Autorità ha richiamato in particolare claim presenti sul sito italiano Shein e in pagine online informative o promozionali, tra cui:

  • #SHEINTHEKNOW;
  • evoluSHEIN;
  • Responsabilità sociale.

Il problema non era solo la presenza di parole ambientali. Il problema era il modo in cui queste parole potevano essere comprese dal consumatore medio: in alcuni casi vaghe, generiche o eccessivamente enfatiche; in altri casi omissive o ingannevoli.

Perché i claim sono stati considerati problematici

Dal provvedimento e dal comunicato AGCM emergono alcuni punti centrali.

1. Claim sulla circolarità poco chiari

Le asserzioni relative alla “progettazione di un sistema circolare” e alla riciclabilità dei prodotti sono state considerate false o quantomeno confusionarie. Questo è un punto importante: parlare di circolarità richiede dati su progettazione, materiali, uso, raccolta, riciclo e fine vita. Non basta evocare un’idea positiva.

2. Fibre “green” senza perimetro sufficiente

I claim legati alla linea evoluSHEIN by Design enfatizzavano l’uso di fibre “green” senza spiegare in modo chiaro i benefici ambientali sostanziali dei prodotti lungo il ciclo di vita.

Per un brand moda, questa è una lezione importante. Se un capo contiene una fibra con un profilo ambientale migliore, il claim deve spiegare quale fibra, in quale percentuale, rispetto a quale parte del prodotto e con quale prova.

3. Linea marginale rispetto al totale dei prodotti

AGCM ha richiamato anche il fatto che la linea evoluSHEIN by Design fosse marginale rispetto al totale dei prodotti a marchio Shein. Questo punto è decisivo: un claim può essere formalmente riferito a una linea specifica, ma comunicato in modo da migliorare la percezione complessiva del brand.

Quando una piccola parte dell’offerta viene usata per costruire un’immagine ambientale molto ampia, il rischio di greenwashing aumenta.

4. Riciclabilità presentata in modo eccessivo

Secondo AGCM, alcuni messaggi potevano portare il consumatore a credere che i prodotti della linea fossero pienamente riciclabili, mentre tale affermazione non risultava coerente con le fibre utilizzate e con gli attuali sistemi di riciclo.

Nel settore moda la riciclabilità è un tema tecnico, non uno slogan. Dipende da composizione, accoppiamenti, accessori, trattamenti, contaminazioni, tecnologie disponibili e infrastrutture reali di raccolta e riciclo.

5. Obiettivi climatici comunicati in modo vago

AGCM ha contestato anche la comunicazione relativa agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, in particolare target al 2030 e al 2050 presentati in modo ritenuto vago e generico.

Gli impegni futuri sono delicati: se un’azienda comunica obiettivi ambientali, deve chiarire basi di calcolo, perimetro, piano, avanzamento, verifiche e coerenza con i dati effettivi.

La lezione per i brand moda

Il caso Shein non deve essere letto solo come problema di un grande operatore del fast fashion. È un avviso per tutto il settore moda.

Un brand più piccolo può pensare di essere meno esposto, ma la logica è la stessa: se comunica un vantaggio ambientale, deve poterlo dimostrare. E deve farlo in modo comprensibile per il consumatore, non solo per il tecnico interno.

Le domande da porsi sono semplici, ma spesso scomode:

  • il claim riguarda tutto il prodotto o solo una parte?
  • il consumatore può capirlo senza fraintendimenti?
  • la prova documentale esiste davvero?
  • il claim è proporzionato alla prova?
  • il messaggio visivo rafforza un’impressione più ampia della realtà?
  • il claim riguarda un prodotto marginale ma viene usato per migliorare l’immagine del brand nel suo complesso?

Se una di queste risposte è incerta, il claim va riscritto o eliminato.

Il punto non è “non comunicare sostenibilità”

Una conclusione sbagliata sarebbe questa: “meglio non parlare più di sostenibilità”. Non è così.

La sostenibilità può e deve essere comunicata quando è reale, documentata e spiegata correttamente. Il problema è la comunicazione ambientale usata come scorciatoia reputazionale.

Un claim debole può dare un vantaggio immediato, ma espone il brand a rischi più seri:

  • contestazioni da autorità;
  • perdita di fiducia del consumatore;
  • critiche da media e associazioni;
  • problemi con buyer e retailer;
  • danno alla brand equity;
  • necessità di correggere pagine, etichette, packaging e materiali già pubblicati.

La strada corretta non è tacere. È comunicare meglio, con più precisione e meno enfasi.

Green claims: dal messaggio alla prova

Il caso Shein conferma una regola fondamentale: prima viene la prova, poi viene il claim.

Nel settore moda la prova può essere costituita da:

  • schede tecniche dei materiali;
  • dichiarazioni fornitore;
  • certificazioni di prodotto, materiale o processo;
  • rapporti di prova;
  • dati su contenuto riciclato;
  • documentazione sul ciclo di vita;
  • informazioni su durabilità, riparabilità o riciclabilità;
  • dati verificabili su emissioni e obiettivi climatici;
  • documenti coerenti con il Passaporto Digitale del Prodotto.

Una scheda marketing non basta. Una pagina “responsabilità sociale” non basta. Un’immagine con foglie, natura o tessuti grezzi non basta. Il claim deve essere sostenuto da documenti pertinenti.

Il ruolo del consumatore medio

Il consumatore medio non è un esperto di fibre, tinture, riciclo tessile o certificazioni. Proprio per questo il messaggio deve essere chiaro.

Se un brand usa termini tecnici o ambientali senza spiegarli, il consumatore può attribuire al prodotto un valore ambientale più ampio di quello reale.

Nel caso Shein, il punto centrale è proprio questo: l’effetto complessivo della comunicazione poteva orientare la percezione del consumatore. Non conta solo la singola parola. Conta il contesto: sezione del sito, immagini, titoli, enfasi, descrizione della linea, rapporto tra linea “green” e offerta totale.

Fast fashion e maggiore dovere di diligenza

AGCM ha richiamato anche il settore in cui Shein opera: fast e superfast fashion. Questo aspetto non è secondario.

Un operatore che lavora con modelli produttivi e commerciali ad alta velocità, grandi volumi, forte rotazione e consumo accelerato deve essere particolarmente prudente quando comunica sostenibilità, circolarità o riduzione dell’impatto.

Più il modello di business è esposto a critiche ambientali, più la comunicazione deve essere sobria, documentata e proporzionata.

Questa regola vale anche per brand diversi dal fast fashion. Se un’azienda comunica un valore ambientale, deve chiedersi se la promessa è coerente con il proprio modello produttivo, non solo con una singola capsule o iniziativa.

Direttiva UE 2024/825 e scenario 2026

La Direttiva (UE) 2024/825 rafforza il quadro europeo contro pratiche commerciali sleali legate alla transizione verde. In Italia è stata attuata con il D.Lgs. 20 febbraio 2026, n. 30.

Il contesto si sta quindi spostando verso una maggiore responsabilità nella comunicazione ambientale. Claim generici, marchi di sostenibilità non solidi, messaggi su durabilità o riparabilità non dimostrati e impegni futuri vaghi diventano sempre più rischiosi.

Per i brand moda la conseguenza pratica è chiara: non basta aggiornare il linguaggio. Bisogna aggiornare il metodo interno con cui un claim viene approvato.

Checklist per evitare un caso “alla Shein”

Prima di pubblicare un green claim, un brand moda dovrebbe verificare questi punti:

  • Il claim è specifico o generico?
  • Si capisce se riguarda prodotto, materiale, linea, packaging, processo o azienda?
  • Il beneficio ambientale è spiegato in modo concreto?
  • La prova documentale è disponibile?
  • La prova riguarda l’intero prodotto o solo un componente?
  • Il claim è proporzionato rispetto alla prova?
  • Le immagini e il layout amplificano il messaggio oltre il dato reale?
  • La linea o capsule comunicata è rappresentativa dell’offerta complessiva?
  • Gli obiettivi futuri sono accompagnati da piano, dati e verifiche?
  • Marketing, prodotto, qualità e compliance hanno validato la stessa versione del claim?

Esempi pratici di riscrittura

Claim rischioso Problema Versione più prudente
Collezione sostenibile Troppo ampio: non chiarisce cosa sia sostenibile Linea realizzata con alcuni materiali a contenuto riciclato, secondo documentazione fornitore
Sistema circolare Richiede prova su progettazione, raccolta, riuso, riciclo e fine vita Progetto pilota per migliorare raccolta e riutilizzo di specifiche categorie di prodotto
Prodotto riciclabile Dipende da materiali, componenti e sistemi di riciclo disponibili Alcuni componenti sono potenzialmente riciclabili; verificare le indicazioni di conferimento e separazione
Fibre green Termine vago e non tecnico Indicare tipo di fibra, percentuale, certificazione o prova disponibile
Zero emissioni entro il 2050 Impegno futuro non dimostrabile se manca piano verificabile Obiettivo climatico accompagnato da perimetro, baseline, dati, piano e avanzamento periodico

Che cosa dovrebbe fare ora un brand moda

Il caso Shein suggerisce un’azione molto concreta: fare un audit dei claim ambientali già pubblicati.

Non bisogna guardare solo il sito istituzionale. Vanno controllati anche:

  • schede prodotto e-commerce;
  • etichette e cartellini;
  • packaging;
  • newsletter;
  • post social;
  • lookbook e cataloghi;
  • presentazioni commerciali;
  • pagine “sostenibilità” o “responsabilità”;
  • claim usati da distributori, agenti o retailer.

Per ogni claim, il brand dovrebbe classificare il rischio:

  • verde: claim specifico, provato e proporzionato;
  • giallo: claim utile ma da chiarire o delimitare;
  • rosso: claim generico, eccessivo o non dimostrabile.

I claim rossi vanno rimossi o riscritti. I claim gialli vanno rafforzati con prove, perimetro e note chiare. I claim verdi vanno mantenuti, ma con documentazione archiviata e aggiornata.

Conclusione

La sanzione a Shein per greenwashing è un segnale forte per tutto il settore moda.

Non basta creare una linea “green”, usare parole ambientali o raccontare obiettivi futuri. Bisogna dimostrare, delimitare e spiegare. Il consumatore medio deve poter capire che cosa viene promesso e quale parte del prodotto o del modello aziendale è davvero coinvolta.

La comunicazione sostenibile seria non nasce da un aggettivo. Nasce da prodotto, dati, documenti, prove e responsabilità.

La lezione tradizionale resta valida: dire solo ciò che si può dimostrare. La sfida futura è renderlo visibile in un mercato in cui green claims, DPP, tracciabilità e reputazione saranno sempre più collegati.

Se devi verificare claim ambientali, pagine sostenibilità, schede e-commerce o materiali commerciali nel settore moda, lo Studio Fabrizio Fava può supportarti nella lettura tecnica e strategica del rischio comunicativo.

Contatta lo Studio Fabrizio Fava per valutare se i tuoi green claims sono chiari, proporzionati e sostenuti da prove adeguate.

Approfondimenti correlati

Il caso Shein va letto dentro un sistema più ampio: comunicazione ambientale, consumatore medio, prove documentali, DPP e valore del brand.

  • Green Claims nella moda: stop ai claim vaghi — La guida principale per capire perché i claim ambientali devono essere precisi, verificabili e proporzionati.
  • Il consumatore medio nella moda — Utile per valutare come il cliente può interpretare un messaggio commerciale o ambientale.
  • 5 lezioni dal caso Shein sul Greenwashing — Approfondimento operativo sulle ricadute del caso per brand moda, e-commerce e comunicazione.
  • Passaporto digitale del prodotto moda — Collega green claims, tracciabilità, dati di prodotto e trasparenza.
  • Safety Data Sheet e schede tecniche — Aiuta a capire quali prove e documenti possono sostenere dichiarazioni tecniche e ambientali.
  • Pianificazione Brand Equity — Per collegare sostenibilità, reputazione e posizionamento senza indebolire il brand con claim non dimostrati.

Fonti ufficiali e riferimenti utili

Le fonti seguenti documentano il caso Shein e il quadro europeo e italiano sui green claims e sulla tutela del consumatore.

  • AGCM — Sanzione di 1 milione di euro a Shein per green claim ingannevoli e omissivi — Comunicato ufficiale dell’Autorità italiana sul caso Shein.
  • AGCM — English press release on Shein green claims — Versione inglese del comunicato, utile per confronto internazionale e citazioni tecniche.
  • Direttiva (UE) 2024/825 — EUR-Lex — Testo ufficiale sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde.
  • D.Lgs. 20 febbraio 2026, n. 30 — Gazzetta Ufficiale — Attuazione italiana della Direttiva (UE) 2024/825.
  • Commissione Europea — Green claims — Pagina istituzionale sul contrasto al greenwashing e sull’esigenza di claim affidabili, comparabili e verificabili.

FAQ

Perché Shein è stata sanzionata per greenwashing?

AGCM ha contestato l’uso di green claim ingannevoli e/o omissivi nella promozione e vendita di prodotti di abbigliamento Shein, con messaggi giudicati in parte vaghi, generici, enfatici, confusionari o non proporzionati alle prove disponibili.

Il problema era solo l’uso della parola “sostenibile”?

No. Il problema riguardava l’effetto complessivo della comunicazione: claim su circolarità, riciclabilità, fibre “green”, responsabilità sociale e obiettivi climatici, letti nel contesto del modello fast e superfast fashion.

Che cosa devono imparare i brand moda dal caso Shein?

Devono evitare claim generici e costruire una procedura interna: prima prove e documenti, poi claim. Ogni messaggio ambientale deve avere perimetro, prova e linguaggio comprensibile.

Una capsule sostenibile può migliorare l’immagine di tutto il brand?

Può farlo solo con molta cautela. Se la capsule è marginale rispetto all’offerta complessiva, usarla per suggerire una sostenibilità generale del brand può creare un rischio di comunicazione ingannevole.

Come si riduce il rischio di greenwashing?

Con un audit dei claim ambientali, classificando ogni affermazione per prova, perimetro, visibilità, proporzione e coerenza con il prodotto reale. I claim non dimostrabili vanno eliminati o riscritti.

Antitrust, Green Claims, greenwashing

Fabrizio Fava

Fabrizio Fava è uno stilista designer esperto nella costruzione del brand, nella creazione e gestione dell'immagine aziendale e del prodotto, con una profonda conoscenza trasversale del settore moda, riconosciuto come tecnico esperto dalla Camera di Commercio di Macerata e iscritto al Tribunale come CTU e alla Procura della Repubblica di Macerata come Perito, offrendo consulenza tecnica legale in ambito tessile, abbigliamento, maglieria, calzature, pelletteria, accessori moda, comunicazione pubblicitaria e proprietà industriale, contrastando le contraffazioni. Responsabile della Delegazione di Macerata del Collegio dei Periti Italiani, è anche giornalista pubblicista, collaborando con diverse testate ed avendo diretto una rivista di settore a Milano.

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